Only in Hong Kong: le sette stravaganze che potete vedere solo qui

Hong Kong è una città affascinante e dopo quasi sei anni di permanenza possiamo dirlo con una certa cognizione di causa. È una città vitale, dove tutto funziona bene e se non fosse per il clima sub tropicale, per qualche tifone e per il fatto che non riciclano i rifiuti in modo coscienzioso sarebbe quasi una città perfetta.
Hong Kong è, soprattutto, anche una città strana, dove si consumano stili di vita eccentrici, per certi versi fantasiosi, tipici dei residenti locali. E che la rendono unica.
Ecco qualche stravaganza che puoi vedere solo a Hong Kong.

1. I CELEBRITY TUTOR CHE GIRANO IN FERRARI
A Hong Kong il tutoring, quello che in Italia chiamiamo ripetizioni, è un mercato florido che consente uno status sociale decisamente elevato. Qui i tutors sono VIP, vanno in giro in Ferrari, vestono i grandi brand della moda italiana, investono in pubblicità per promuoversi. La prima volta che ne ho visto uno, salutava dalla fiancata di un double decker, i bus a due piani inglesi. Era un cartellone pubblicitario in stile Carrie Bradshaw di Sex and the City e lui era oggettivamente un bel ragazzo: capelli neri, camicia bianca, splendido sorriso, sguardo intelligente, indulgente, prima che qualcuno mi spiegasse che era un tutor ho persino pensato che offrisse altri tipi di servizi, tanto che mi sono detta “però, che città di larghe vedute”. Un tutor di cinese Mandarino prende in media 350 dollari di Hong Kong all’ora, circa 40 euro. Per matematica si parte da 450 (circa 50 euro), e parlo di un signore indiano sikh che dà ripetizioni a mio figlio in un gruppo di cinque: 450x5=2250 HK$ per un’ora, pari a circa 230 euro. Non emettono fattura, puoi pagare con un transfer bancario direttamente sul loro conto corrente a fine mese o con PayMe. Il celebrity tutor del cartellone non l’ho mai avvicinato, fonti informate dicono stia sui 100/120 euro l’ora e insegni inglese. Dicono anche che abbia di recente comprato una casa al Peak .. ma sono solo voci.

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2. I TAXISTI E I MILIONI DI CELLULARI CHE TENGONO SUL CRUSCOTTO DELLA MACCHINA

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Un autentico taxista di Hong Kong non ha mai meno di tre cellulari agganciati al cruscotto oppure al parabrezza della macchina. I casi patologici ne hanno anche otto, dieci. Che cosa se ne fanno? Me lo sono chiesta. L’ho chiesto.
A parte la faccia del mio interlocutore tipo: “ma da dove viene e che domande fa questa signora?” Le risposte sono state:
Due/tre telefonini per ricevere/fare chiamate private.
Uno per Google Maps.
Uno per il servizio traffico live.
Uno per le scommesse dei cavalli. 
È anche capitato il caso del papà che monitorava a distanza gli spostamenti della figlia.
Spesso, ai cellulari si aggiungono un paio di telecamere: una che riprende quello che avviene alle spalle del veicolo, utile quando si parcheggia o quando c’è molto traffico e qualche macchina in coda si appoggia al paraurti. L’altra riprende tutto ciò che avviene davanti ed è indispensabile se si considera che, soprattutto in Cina, un discreto numero di persone ha l’abitudine di fingere di essere stato investito lanciandosi in modo rocambolesco sui cofani delle macchine per farsi pagare dalle assicurazioni.
Qui il taxi è un trasporto pubblico e la tariffa parte da 2,40 dollari di Hong Kong (meno di tre euro), poi aumenta in base al chilometraggio. Spesso i taxisti sono scorbutici, non parlano l’inglese o fanno finta di non capirlo e mentre guidano fanno duemila altre cose: mangiano, contano i soldi, digeriscono ad alta voce, parlano al telefono dei fatti loro, si puliscono i denti con gli stuzzicadenti. Dopo un anno e mezzo ho comprato la macchina.

3. CODE, CODE E ANCORA CODE
Non avete niente da fare la domenica pomeriggio? Uscite, camminate in giro per la città e infilatevi in qualche coda a scelta. A Hong Kong fare la coda è normale, perché rappresenta la cultura dell’attesa, anche paziente: ognuno aspetta il proprio turno senza manifestare la minima insofferenza. Code mute, accondiscendenti, allegre o device addicted, per prendere il bus o la metro, per il caffè da Starbucks, il pane, il takeaway al ristorante giapponese fino a quella per spegnere la sigaretta negli appositi posaceneri delle aree consentite ai fumatori. E se da buon italiano cerchi non dico di saltarla, che sarebbe considerato oltraggioso, ma almeno di accelerare certi passaggi tutti ti guardano con grande disappunto e ti rimettono al tuo posto.

4. SCENE DI VITA VISSUTA … ALL’IKEA
Un posticino dove stare comodi, consumare un istant noodle, fare un pisolino, flirtare con il/la partner sognando di essere in un cottage di montagna. L’Ikea è tutto questo. Basta scegliere il divano giusto oppure il letto, il soggiorno, la cucina e la sala da pranzo: le simulazioni di ordinaria vita quotidiana si consumano come in un film di Ingmar Bergman. O come in un Grande Fratello televisivo se la coppia, poi, inizia a litigare. Certo, potreste essere disturbati da sconosciuti che si inseriscono nel vostro reality allo scopo, del tutto assurdo, di comprare un tavolo per esempio. Ma che importa, se nel termos è avanzato del te verde si può condividerne una tazza.

5. LA ROUTINE MATTUTINA IN MTR
Ancora in ritardo al lavoro? Nessun problema, puoi avere la tua routine quotidiana anche a bordo della metropolitana (a Hong Kong, MTR). Prima di tutto, sgomita per trovare un posto. Una volta seduta inizia con una buona crema idratante su viso e collo, poi passa al trucco, spazzola bene i capelli, togli le flip flop, infila le calze, mettiti le scarpe coi tacchi e riponi le flip flop in borsa. Puoi completare la tua colazione sfidando le autorità: caffè o dumpling o tutti e due insieme (pratica vietata perché in MTR non puoi bere né mangiare) mentre termini di guardare la puntata della serie tv preferita. Chi scrive ha avuto il piacere di assistere a una manicure e  pedicure completa, ricordo indelebile di Hong Kong che sempre porterò nel cuore.

6. LE PERSONE DORMONO OVUNQUE
Hai bisogno di un pisolino durante/dopo la pausa pranzo? Non hai niente da fare mentre aspetti i tuoi amici? Snooze away! A Hong Kong, si sa, i tempi di lavoro sono frenetici e la vita sociale molto piena e complessa, quindi riposare bene è imperativo. Nessuno si scandalizzerà se vi appisolate su una panchina, seduti al tavolino di un caffè, sulle banchine della metropolitana, nei grandi parchi della città.

7. CANI IN PASSEGGINO

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Gli Hongkongers amano gli animali. Gli expat,
che a Hong Kong ci abitano, ancora di più. Ma non si sognerebbero mai di portarli a spasso in passeggino o di dare loro da bere con il biberon. Così pensavo, fino a qualche tempo fa. Ci siamo fatti contagiare da queste strane pratiche, così come per molte altre consuetudini molto asiatiche, inutile negarlo.
Per assistere a questi flash surreali di amore canino, i luoghi deputati sono: la passeggiata fronte mare di Sai Kung, il villaggio alle porte della Cina, il borgo di Stanley e relativo supermercato con vasta selezione di cibo e amenità canine e Bowen road, il sentiero pedonale immerso nel verde a due passi da Central. Se pensiamo che in alcuni luoghi della Cina il migliore amico dell’uomo viene ancora cucinato e mangiato, meglio forse la deriva dell’estrema cura. Stranezza tutto sommato divertente, ma non incivile. (lem)

Hong Kong, Macao e Cina pronti ad aprire il ponte dell'unificazione

 

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Una caduta dall'alto, dalla finestra di casa, in cima a un grattacielo. E' morto così due giorni fa Zheng Xiaosong, 59 anni, il capo delle relazioni diplomatiche tra il governo centrale cinese e quello della regione speciale di Macao. Domenica mattina una dichiarazione dell'Hong Kong and Macau Affairs Office di Pechino ha spiegato: "soffriva di depressione". Una morte improvvisa, che arriva alla vigilia dell'inaugurazione dell'opera pubblica più importante degli ultimi vent'anni: il ponte di 55 chilometri che collega, attraverso l'oceano, la Cina a Hong Kong e Macao. Un simbolo forte, in questi anni in cui il passaggio legislativo e amministrativo dell'ex colonia britannica al Mainland diventa ogni giorno più evidente. Zheng, riporta la biografia, era stato uno degli uomini chiave della stesura del trattato dell'handover tra Regno Unito e Cina nel 1997 e a due giorni dal taglio del nastro di quello che è ormai un simbolo di unificazione, è uscito di scena.

Mentre dagli ambienti investigativi non proviene ulteriore spiegazione circa il gesto o le circostanze, tutta la ex colonia sembra concentrarsi sull'inaugurazione del ponte, prevista per Mercoledì mattina. Chi è abituato a volare dentro e fuori Hong Kong in settimana sa già che lo spazio aereo sarà chiuso a singhiozzi, cosa che accade ogni qualvolta i vertici del governo cinese si spostano da queste parti. il Presidente Xi questa volta pare non avere intenzione di mettere piede a Hong Kong e gli organizzatori parlano di una grande cerimonia prevista a Zhuahi, il punto di arrivo in territorio cinese del mega ponte. Tutto rimane comunque da confermare. Nel frattempo, Hong Kong ha già messo al lavoro circa 800 nuovi addetti alla dogana dal suo lato del ponte, che ha ancora bisogno di qualche mese per essere del tutto agibile e questo comporterà l'aumento del traffico sulla vicina autostrada di raccordo con l'aeroporto, su Lantau Island. Pronto anche un sistema da qualche milione di dollari di sicurezza, incluse decine di telecamere a raggi x in grado di registrare il contenuto delle frotte di camion che passeranno sul ponte dalla fine di questa settimana. Grazie al ponte, i tempi di collegamento tra Hong Kong, Macao e Zhuahi saranno ridotti significativamente, portandoli addirittura sotto l'ora di percorrenza.

Ci sono voluti nove anni per costruire l’opera dei record, con lavori avveniristici per creare vere e proprie isole artificiali di passaggio e un lungo tunnel sottomarino. E gli italiani hanno avuto un ruolo decisivo nella costruzione, con la Trevi Hong Kong (la filiale asiatica della società di Cesena) in gioco per rinforzare le fondamenta.

Aspettando Mangkhut, il tifone del secolo che a Hong Kong non fa più paura

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Il cielo, da due giorni, ha quel colore morbido, grigio, comunque luminoso. Le nuvole cariche si muovono come pedoni sul marciapiede nell'ora di punta sospingendosi, superandosi a vicenda e andando in una sola, unica direzione. Quella del vento. Hong Kong si prepara all'arrivo di Mangkhut, il tifone che promette di essere il più terribile che si sia mai abbattuto sull'isola da quasi un secolo.

Chi non ha mai atteso un tifone da queste parti, potrebbe non accorgersene neanche. C'è una brezza sostenuta da un paio di giorni, ma niente di che. Tutto sembra come se non. Non lo è affatto.

Alle prime luci dell'alba, sono stata svegliata dal chiacchiericcio del giardiniere del condominio. È fuori dalla finestra della mia camera, imbracato e assicurato a una piccola gru gialla che lo ha issato fino alla cima della palma le cui foglie accarezzano quasi i miei vetri, nei giorni di vento. Con una cesoia fuori misura sta segando i lunghi bracci della pianta, quelli che sembravano meno verdi, più vecchi e fragili. Mi affaccio in accappatoio, alzo la mano per salutarlo. "Typhoon!", è l'unica parola che riesce a farmi arrivare in inglese, seguita da johosàn, buongiorno in cantonese. Mancano quattro giorni al presunto arrivo di Mangkhut e Hong Kong ha già sfoderato tutti i protocolli di preparazione e di sicurezza possibili. Comprese la potatura della mia palma.

Accendo il telefono, e la app dell'osservatorio metereologico mi scarica un paio di warning, di avvisi, sull'evoluzione della cosa. Le chat si animano di lettere dalla scuola, dal dipartimento dei trasporti, persino dal supermercato: "Typhoon special: tre per due su vini e snack, cosa state aspettando?". La città si prepara allo showdown del mostro metereologico con un misto di paura e trepidazione. Fondamentalmente, con fiducia.

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Non si registrano vittime per l'arrivo di tifoni a Hong Kong da almeno 40 anni. Nonostante la crescente temperatura e livello dell'acqua negli oceani abbia aumentato la frequenza e la forza di questi fenomeni, con conseguenze devastanti in paesi meno preparati: nelle Filippine, da dove Mangkhut sta passando in queste ore, hanno contato 6300 vittime solo cinque anni fa a cause di Hayan e dei suoi venti fino a 315 chilometri all'ora. Ma non è sempre stato così.

Il 21 Settembre del 1874 la nave a vapore O&P con a bordo la moglie del diplomatico inglese Huges Fraser, Mary, arrivò nel Victoria Harbour dopo due giorni di navigazione infernale in cui, scrive la Fraser nel suo libro A diplomatist's wife in many lands, "il cielo era nero, di giorno e di notte, il mare dello stesso colore con un riflesso che pareva olio. La nave veniva lanciata attraverso onde alte come montagne, gli oggetti volavano da una parete all'altra prima di ricadere per terra e venire ricoperti di mosche che si erano materializzate dopo le prime raffiche di tempesta". Uno scenario apocalittico, che preannuncia quello che troverà, scampato il pericolo in mare, all'arrivo della nave nel porto di Hong Kong. "Entriamo lentamente, l'acqua quasi non si vede. E' ricoperta di sampan (le navi dei pescatori locali), di barche distrutte, spezzate, sminuzzate dal vento e ributtate in mare". In mezzo ai relitti, "corpi che galleggiano, gonfi: centinaia di cadaveri". Tutto questo era successo in sole due ore. Il vento aveva distrutto case, capanne, persino chiese. La forza del mare aveva sbattuto a riva transatlantici di sei piani. La bandiera inglese che si ergeva in cima al Peak in bella vista dalla distanza, piegata a terra. "Un brutto segnale", concludeva Mary Fraser. Nel diario scrive anche che "la distruzione di cui sono stata testimone mi impedisce di prendere sonno e di stare da sola". I numeri parlano di 11 mila vittime su una popolazione, all'epoca, di 350 mila abitanti.

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Ci sono stati almeno una decina di altri super tifoni che hanno colpito Hong Kong con la stessa violenza da allora (Wanda, nel 1962, fu il più forte con 434 vittime e 72 mila sfollati), e Mangkhut pare non essere da meno. "Potrebbe essere ancora presto per stabilire se saremo colpiti direttamente, ma le autorità non si lasceranno trovare impreparate", ha dichiarato Shun Chi-ming, il direttore dell'Hong Kong Observatory al South China Morning Post. E la chiave è proprio questa: Hong Kong non si farà travolgere dai venti a 250 chilometri all'ora senza essere preparata.

La check-list che viene attivata almeno una settimana prima dal Dipartimento del territoio sono quindici punti, controlli di sicurezza generale, che devono essere spuntati entro 24 ore dal presunto landfall, l'arrivo del tifone. Anche se non servirà, perchè il tifone potrebbe deviare, ogni singolo tombino, canale, ogni bacino di raccolta e riflusso dell'acqua piovana sarà verificato e pulito, spurgato, archiviato. Ogni ramo di albero pericolante verrà potato, almeno di quelli in prossimità di abitazioni o passaggi, strade. Ogni ponte controllato.

Le scuole si preparano a chiudere e cominciano ad avvisare i genitori. I datori di lavoro devono seguire una procedura governativa di una ventina di pagine per organizzare gli impegni di questi giorni in modo tale che in caso di T8 o T10 gli impiegati possano rimanere al sicuro, nei loro appartamenti, senza che si creino degli inciampi nella leggendaria efficienza della ex colonia britannica.

È solo giovedì, forse Mangkhut cambierà idea, ma tutto è già in moto. Il sistema gira, i telefoni cinguettano, l'osservatorio metereologico perseguita il pubblico attraverso tutti i mezzi social a disposizione. Questo porterà ancora, si spera, a zero vittime e danni limitati. E magari, a una riflessione sulla sicurezza pubblica che manca ancora in molti paesi del cosiddetto primo mondo. Che sia giunto il momento che qualcuno si metta la divisa scolastica e venga a studiare da queste parti? Nel frattempo, lascio qui un'intervista del SCMP al direttore dell'Hong Kong Observatory su come funziona la caccia al tifone. Compreso il monito: be prepared. vg

Photo: courtesy of the Hong Kong Maritime Museum