Made in Hong Kong, il segreto delle ceramiche di Kowloon Bay

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Kowloon Bay, Hong Kong

Quando si apre la porta dell'ascensore montacarichi, al terzo piano di questo building industriale nel cuore di Kowloon Bay, la zona delle ex fabbriche che negli anni '60e '70 producevano il Made in Hong Kong, niente sembra puntare a quell'antro del tesoro che è la Yuet Tung China Works Factory. Puoi solo ricordarti di aver letto da qualche parte, nei siti dedicati all'heritage dell'ex colonia britannica, che bisogna girare a sinistra, lungo un corridoio grigio e polveroso, fino a intravedere quello che, da lontano, sembra l'occhio socchiuso di un gigante addormentato ed è, invece, la porta della factory. Al suo interno, milioni di pezzi di ceramica che si sono accumulati in 90 anni di attività e che, ancora oggi, continuano a essere sfornati dagli eredi del fondatore che aprì il primo laboratorio in Cina, a Guanzhou, nel 1928 specializzandosi nella produzione della ceramica tradizionale Guan Cai, risalente alla dinastia Quing (1640-1900). Negli anni '60, forte del successo commerciale e spinto dalle difficoltà politiche, spostò fabbrica e famiglia a Hong Kong dove aprì la Yuet Tung China Works, nel cuore della vecchia Kowloon.

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Varcata la soglia, un odore pungente di polvere e materiali di lavorazione aggredisce i nasi neofiti mentre signore più navigate e dall'aria risoluta scandagliano con mosse precise i corridoi (decine) e gli scaffali (centinaia) dove sono riposti un numero incommensurabile di piatti, piattini, ciotole, zuppiere, teiere, vasi, statuette votive di cani dragone, maestri zen, buddha. Persino Bruce Lee.

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Cerchiamo di darci un metodo per sopravvivere alla visita: decidiamo di cominciare da sinistra, da dove si intravede la porta con un grande segnale di divieto di ingresso. Dal calore che emana a soli cinque metri di distanza, capiamo che quello non è altro che il forno, ancora attivo, da cui stanno peraltro uscendo due operai sui sessant'anni, con un paio di pezzi in mano. Li seguiamo con lo sguardo fino a un grande tavolo nascosto dietro a pile di tazzine bianche, chicchere e contenitori di varie forme e dimensioni. Al tavolo, colleghi della stessa età dipingono a mano i pezzi, uno a uno, seguendo il metodo tradizionale Guan Cai insieme ai segni, i disegni, che vediamo ripetuti in più colori, dimensioni e combinazioni.

Alla fine del grande tavolo da lavoro, vediamo lui: Mr. Chi. Il figlio del primo fondatore. Gli occhi appuntiti di chi ci sta studiando da quando ci siamo affacciate sul gruppo, Mr. Chi ci saluta in un perfetto inglese, appena biascicato da quelli che a occhio, poi confermati, sono almeno 90 anni. "Where are you from?". Italy, rispondiamo noi. "Italy! Mi ricordo Genova, negli anni '50. Le nostre ceramiche arrivavano lì prima di partire per l'Europa. Voi siete di Genova?". No, non siamo di Genova ma con questo ragazzo di 90 anni che ha fatto la storia della ceramica, a Hong Kong e poi in Europa, cominciamo una conversazione imprevista sul capoluogo ligure e citiamo amici e parenti, piazze, le Madonne tra i vicoli, la focaccia con il cappuccino. 

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Mi ricordo Genova, negli anni ‘50. Era da lì che le nostre ceramiche partivano per l’Europa.

Ci fa cenno di seguirlo, si alza dalla sedia con un grande sforzo di braccia sul tavolo e si incammina lungo un corridoio stretto, talmente stretto che tratteniamo il fiato seguendolo, per non rischiare di buttare giù qualcosa. Ogni centimetro quadrato delle pareti è tapezzato di mensole e pezzi, tutti affastellati insieme, uno contro l'altro: colori, trasparenze, fantasie diverse, forme e dimensioni. Alla fine del corridoio, si passa davanti a un piccolo bagno azzurro e poi, lo scrigno del tesoro. "Questi sono i pezzi più antichi, alcuni risalgono gli anni '30. La fabbrica è nata nel 1928 e da allora abbiamo sempre messo da parte i pezzi migliori che, per qualche motivo, un piccolo segno, un difetto di produzione, non erano stati spediti in Europa". 

Tazzine bordate d'oro con scene di vita quotidiana dipinte a mano, in decine di colori ancora vivi sulla trasparenza della porcellana più fine, vasi di fatture non catalogabili, draghi cubisti per esempio. "Mi è sempre piaciuto sperimentare, uscire dal tradizionale, per questo, a volte, alcuni pezzi non venivano capiti. Li tengo tutti qui e li vendo solo a chi dico io". 

Ci perdiamo per un tempo che ci sembra un battito di ciglia e invece risulta un'ora in questa stanza del tesoro, sognando di uscire con un vaso giallo e blu sotto il braccio, una tazzina da caffè con gli studenti in fila davanti al tempio, una lanterna da tavola, bianca e verde, che porta ancora i segni delle mani che ne hanno ritagliato i fori. 

Usciamo senza aver comprato nulla, ubriache di possibilità e bellezza. Promettiamo di tornare, questa volta con una missione precisa, come le signore navigate che avevamo incrociato all'inizio.  See you soon, Mr.Chi, se vedemu.

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