Aspettando Mangkhut, il tifone del secolo che a Hong Kong non fa più paura

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Il cielo, da due giorni, ha quel colore morbido, grigio, comunque luminoso. Le nuvole cariche si muovono come pedoni sul marciapiede nell'ora di punta sospingendosi, superandosi a vicenda e andando in una sola, unica direzione. Quella del vento. Hong Kong si prepara all'arrivo di Mangkhut, il tifone che promette di essere il più terribile che si sia mai abbattuto sull'isola da quasi un secolo.

Chi non ha mai atteso un tifone da queste parti, potrebbe non accorgersene neanche. C'è una brezza sostenuta da un paio di giorni, ma niente di che. Tutto sembra come se non. Non lo è affatto.

Alle prime luci dell'alba, sono stata svegliata dal chiacchiericcio del giardiniere del condominio. È fuori dalla finestra della mia camera, imbracato e assicurato a una piccola gru gialla che lo ha issato fino alla cima della palma le cui foglie accarezzano quasi i miei vetri, nei giorni di vento. Con una cesoia fuori misura sta segando i lunghi bracci della pianta, quelli che sembravano meno verdi, più vecchi e fragili. Mi affaccio in accappatoio, alzo la mano per salutarlo. "Typhoon!", è l'unica parola che riesce a farmi arrivare in inglese, seguita da johosàn, buongiorno in cantonese. Mancano quattro giorni al presunto arrivo di Mangkhut e Hong Kong ha già sfoderato tutti i protocolli di preparazione e di sicurezza possibili. Comprese la potatura della mia palma.

Accendo il telefono, e la app dell'osservatorio metereologico mi scarica un paio di warning, di avvisi, sull'evoluzione della cosa. Le chat si animano di lettere dalla scuola, dal dipartimento dei trasporti, persino dal supermercato: "Typhoon special: tre per due su vini e snack, cosa state aspettando?". La città si prepara allo showdown del mostro metereologico con un misto di paura e trepidazione. Fondamentalmente, con fiducia.

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Non si registrano vittime per l'arrivo di tifoni a Hong Kong da almeno 40 anni. Nonostante la crescente temperatura e livello dell'acqua negli oceani abbia aumentato la frequenza e la forza di questi fenomeni, con conseguenze devastanti in paesi meno preparati: nelle Filippine, da dove Mangkhut sta passando in queste ore, hanno contato 6300 vittime solo cinque anni fa a cause di Hayan e dei suoi venti fino a 315 chilometri all'ora. Ma non è sempre stato così.

Il 21 Settembre del 1874 la nave a vapore O&P con a bordo la moglie del diplomatico inglese Huges Fraser, Mary, arrivò nel Victoria Harbour dopo due giorni di navigazione infernale in cui, scrive la Fraser nel suo libro A diplomatist's wife in many lands, "il cielo era nero, di giorno e di notte, il mare dello stesso colore con un riflesso che pareva olio. La nave veniva lanciata attraverso onde alte come montagne, gli oggetti volavano da una parete all'altra prima di ricadere per terra e venire ricoperti di mosche che si erano materializzate dopo le prime raffiche di tempesta". Uno scenario apocalittico, che preannuncia quello che troverà, scampato il pericolo in mare, all'arrivo della nave nel porto di Hong Kong. "Entriamo lentamente, l'acqua quasi non si vede. E' ricoperta di sampan (le navi dei pescatori locali), di barche distrutte, spezzate, sminuzzate dal vento e ributtate in mare". In mezzo ai relitti, "corpi che galleggiano, gonfi: centinaia di cadaveri". Tutto questo era successo in sole due ore. Il vento aveva distrutto case, capanne, persino chiese. La forza del mare aveva sbattuto a riva transatlantici di sei piani. La bandiera inglese che si ergeva in cima al Peak in bella vista dalla distanza, piegata a terra. "Un brutto segnale", concludeva Mary Fraser. Nel diario scrive anche che "la distruzione di cui sono stata testimone mi impedisce di prendere sonno e di stare da sola". I numeri parlano di 11 mila vittime su una popolazione, all'epoca, di 350 mila abitanti.

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Ci sono stati almeno una decina di altri super tifoni che hanno colpito Hong Kong con la stessa violenza da allora (Wanda, nel 1962, fu il più forte con 434 vittime e 72 mila sfollati), e Mangkhut pare non essere da meno. "Potrebbe essere ancora presto per stabilire se saremo colpiti direttamente, ma le autorità non si lasceranno trovare impreparate", ha dichiarato Shun Chi-ming, il direttore dell'Hong Kong Observatory al South China Morning Post. E la chiave è proprio questa: Hong Kong non si farà travolgere dai venti a 250 chilometri all'ora senza essere preparata.

La check-list che viene attivata almeno una settimana prima dal Dipartimento del territoio sono quindici punti, controlli di sicurezza generale, che devono essere spuntati entro 24 ore dal presunto landfall, l'arrivo del tifone. Anche se non servirà, perchè il tifone potrebbe deviare, ogni singolo tombino, canale, ogni bacino di raccolta e riflusso dell'acqua piovana sarà verificato e pulito, spurgato, archiviato. Ogni ramo di albero pericolante verrà potato, almeno di quelli in prossimità di abitazioni o passaggi, strade. Ogni ponte controllato.

Le scuole si preparano a chiudere e cominciano ad avvisare i genitori. I datori di lavoro devono seguire una procedura governativa di una ventina di pagine per organizzare gli impegni di questi giorni in modo tale che in caso di T8 o T10 gli impiegati possano rimanere al sicuro, nei loro appartamenti, senza che si creino degli inciampi nella leggendaria efficienza della ex colonia britannica.

È solo giovedì, forse Mangkhut cambierà idea, ma tutto è già in moto. Il sistema gira, i telefoni cinguettano, l'osservatorio metereologico perseguita il pubblico attraverso tutti i mezzi social a disposizione. Questo porterà ancora, si spera, a zero vittime e danni limitati. E magari, a una riflessione sulla sicurezza pubblica che manca ancora in molti paesi del cosiddetto primo mondo. Che sia giunto il momento che qualcuno si metta la divisa scolastica e venga a studiare da queste parti? Nel frattempo, lascio qui un'intervista del SCMP al direttore dell'Hong Kong Observatory su come funziona la caccia al tifone. Compreso il monito: be prepared. vg

Photo: courtesy of the Hong Kong Maritime Museum